Caino e Abele: una storia come non l'abbiamo mai letta
Uncategorized

Caino e Abele: una storia come non l’abbiamo mai letta

Il significato teologico e filologico del primo omicidio della storia

Tutti conosciamo le vicende che la Genesi narra circa Caino e Abele, ma spesso ci fermiamo alla superficie di quanto il testo biblico vuole esprimere. Selezioniamo immediatamente i “buoni” per separarli dai “cattivi”, e questo ci può stare benissimo. Quello che però generalmente non facciamo è scendere in profondità nei significati.

Sappiamo tutti che la letteratura dell’antichità aveva l’intento di trasmettere un pensiero e una logica, più ancora che la realtà. Lo testimoniano i miti e le leggende che esaltavano e enfatizzavano tutte le condizioni per meglio arrivare a spiegare dei concetti.

Ma cosa c’è da approfondire su Caino e Abele? Prima di tutto dobbiamo tenere in considerazione che i nomi dei due protagonisti, sono una traslitterazione del loro appellativo in ebraico. Caino (in greco Καιν = Kain), deriva dalla parola ebraica קין (qayin), che significa “acquistare”, “acquisire”. Infatti la sua nascita viene annunciata nella Genesi da Eva quando disse: «Ho acquistato (qanàh, nella forma non coniugata del verbo) un uomo» (Gn 4:1).

Abele deriva invece dal termine ebraico הבל (havel, V e B in ebraico condividono lo stesso simbolo grafico), la cui traduzione è “vuoto”, “soffio” (usato frequentemente in Qoelet), “vano”, “vacuo”.

Per gli Ebrei il nome è indicativo del carattere della persona, e in un certo senso lo fu anche per i Romani (ricordiamo l’adagio latino “Nomen omen“, il nome è un augurio?), e assumeva un’importanza capitale: imporre un nome significava attestare una proprietà. In pratica il messaggio era quello di indicare Caino come un uomo “pieno” di sostanza (forse e ironicamente ciò che noi riteniamo importante), mentre Abele fu indicato come persona dedita a cose ritenute inutili, o per lo meno riferito a qualcosa che svanisce.

Sappiamo che Caino divenne un contadino, ovvero un coltivatore. Il termine ebraico che definisce il contadino è oved, ovvero il participio del verbo avad, che troviamo quando Adamo, cacciato dall’Eden fu mandato a lavorare. Forse è per questo che oved può essere tradotto anche in “servo”.

Su questi indizi, che per un lettore e un redattore ebrei sono automaticamente evidenti, possiamo ragionare nel tentare un’esegesi biblica della narrazione.

È noto che la vicenda narra dei sacrifici offerti a Dio, e poi si conclude con l’omicidio di Abele e la fuga di Caino, al quale Dio concesse di non essere perseguitato dagli altri uomini.

Cerchiamo dunque di leggere l’intera vicenda attraverso i messaggi impliciti e espliciti che il redattore ha voluto distribuire in tutto il racconto, e avremo una visione più completa del paradigma generale che guida la Genesi nelle vicende dei primi uomini. Infatti tutto è incentrato sul rapporto tra l’uomo (Adamo) e Dio. Quando l’uomo diviene diffidente nei confronti di Dio (peccato originale, che intacca il DNA), si verifica una rottura, fra uomo e il suo Creatore. Ciò porta inevitabilmente a considerare appaganti solo le cose terrene (sostanza) e a dimenticare quelle spirituali (intese come vanità). Sulla base di ciò avviene la rottura fra uomini (Caino uccide Abele). Si arriva dunque alla Torre di Babele, con l’incomprensione fra uomini e i conflitti, resi ciechi dalla insulsa speranza di essere come Dio (e raggiungere le vite infinite con un’alta torre).

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *